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Olio di semi o olio d’oliva per friggere: quale resiste meglio alle alte temperature?

📅 27 Agosto 2026✍️ di Giorgio Cavazzoni⏱️ 6 min di lettura

Da artigiano cresciuto tra banchi e sagre dell’Emilia, la frittura per me è un banco di prova: dice subito se una cucina sa stare in piedi. Negli anni ho sentito mille verità sull’olio “migliore” per friggere. Di recente, dopo una chiacchierata alla sagra del gnocco fritto con un anziano friggitorista di Campogalliano, ho rifatto i test in laboratorio di casa: olio d’oliva da una parte, olio di semi dall’altra. Quello che segue è il risultato sul campo, senza fronzoli.

Cosa conta davvero quando si frigge

La scelta dell’olio è cruciale, ma non è l’unico fattore. Temperature stabili, umidità degli alimenti e numero di riutilizzi pesano quanto e più della dicitura in etichetta. In pratica: serve un termometro, cibo ben asciutto e una padella o friggitrice capiente per evitare cali bruschi di calore quando si tuffa la porzione.

Per la maggior parte delle fritture domestiche, la soglia buona resta tra 170 e 175 °C. Con patatine o pesciolini piccoli si può salire a 180 °C, ma oltre i 190 °C si entra in territorio critico: l’olio degrada in fretta e il sapore si sporca.

Punto di fumo e stabilità: non sono la stessa cosa

Tanto si parla di Punto di fumo, ma da solo non basta a decretare il vincitore. Il punto di fumo è la temperatura a cui l’olio comincia a fumare visibilmente; la stabilità ossidativa, invece, è la capacità di resistere all’ossidazione e alla formazione di composti indesiderati durante la cottura, soprattutto se ripetuta. Qui l’olio d’oliva, specie l’extravergine di qualità, ha una marcia in più grazie ai grassi monoinsaturi e agli antiossidanti naturali.

I numeri, a grandi linee: un buon extravergine filtra e fuma tra 190 e 210 °C, un olio di arachide raffinato sta tranquillamente sui 220-230 °C, i girasole “alto oleico” pure si difendono bene sopra i 220 °C. I blend generici “olio di semi” possono variare parecchio: occhio all’etichetta. Se vedete “alto oleico” è un segno favorevole per la frittura.

Quando si frigge a 170-180 °C, quindi sotto i limiti di quasi tutti gli oli ben scelti, entra in gioco la stabilità: l’extravergine regge bene ossigeno e calore grazie ai polifenoli; gli oli di semi raffinati, pur avendo punti di fumo alti, possono ossidarsi più velocemente se sottoposti a cicli ripetuti. Su rischi e buone pratiche in frittura, i pareri di EFSA ricordano l’importanza di tempi brevi, temperature corrette e oli non esausti.

La mia prova: gnocco fritto e crescentine a 175 °C

Mi è capitato di recente di rifare il test “doppio” durante una serata tra amici: due pentole gemelle, un termometro a sonda per controllare i 175 °C, impasto unico di gnocco fritto tagliato in pezzi uguali. In una pentola ho usato un extravergine emiliano filtrato, basso in acidità; nell’altra un olio di semi alto oleico acquistato al supermercato.

Primo giro: entrambi friabili, colore dorato. Il profumo dell’extravergine si percepiva appena, piacevole; l’olio di semi risultava più neutro, come previsto. Secondo e terzo giro, con filtraggi rapidi tra un tuffo e l’altro: l’extravergine ha mantenuto il colore pulito un po’ meglio, meno schiuma in superficie. L’olio di semi ha retto bene ma, verso fine sessione, ho avvertito un accenno di odore “piatto”, segno che iniziava a stancarsi.

Sulla carta assorbente, la sensazione tattile mi ha sorpreso: i pezzi fritti in extravergine sembravano leggermente meno unti. Pesando qualche porzione su una bilancia domestica, le differenze sono state piccole e dentro i margini della prova casalinga, ma coerenti con la percezione.

Nota di gusto: per crescentine e gnocco fritto, dove l’aroma dell’olio accompagna, l’extravergine dona carattere senza coprire; per fritti delicati (verdure in pastella sottile, bigné salati) qualcuno preferisce la neutralità dell’olio di semi. Capisco la scelta: dipende dal piatto.

Quale scegliere in pratica

Qui la risposta non è ideologica, è operativa. Ecco come decido io, e come consiglio ai lettori che mi scrivono:

  • Fritture rapide, una o due tornate, sapore valorizzato: extravergine di qualità, filtrato e con profilo delicato. Ottimo per gnocco fritto, verdure panate, cotolette sottili.
  • Lotti grandi e ripetuti (festa, tavolate), dove serve neutralità e tempi lunghi: arachide raffinato o girasole alto oleico. Mantengono il profilo pulito più a lungo.
  • Fritti di pesce molto delicati: preferisco semi alto oleico o un extravergine “gentile”. Se il pesce è saporito (alici), l’extravergine regala una spinta in più.
  • Budget e reperibilità: meglio un buon olio di semi alto oleico dichiarato, che un extravergine scadente o con fondi in sospensione.
  • Allergie: in caso di allergia alle arachidi, evitate l’olio di arachide. Andate su girasole alto oleico o extravergine.

Una nota sulle miscele “olio di semi”: sono comode, ma spesso poco trasparenti. Se cucinate spesso fritti, cercate in etichetta la percentuale di oleico e preferite prodotti con indicazioni chiare.

Errori tipici da evitare

  • Friggere a occhio senza termometro: a 150 °C l’impasto s’imbeve, a 200 °C brucia fuori e resta crudo dentro. Puntate 170-175 °C e mantenete la temperatura tra un tuffo e l’altro.
  • Usare extravergine non filtrato o con sedimenti: i residui bruciano e scuriscono l’olio in fretta.
  • Sovraccaricare la pentola: l’olio crolla di temperatura e la frittura si inzuppa. Meglio porzioni piccole e costanti.
  • Non asciugare bene gli alimenti: acqua e ghiaccio fanno schizzare e rovinano la crosta. Tamponate con carta o lasciate in frigo scoperti per un’oretta.
  • Riutilizzare troppe volte l’olio: filtrate dopo ogni sessione e fermatevi quando scurisce, fa fumo blu o odori acri. Meglio buttare che rovinare un piatto (e l’aria di casa).
  • Sale in cottura: salate dopo, altrimenti richiama umidità e indebolisce la crosta.

Strumenti e piccole abitudini che fanno la differenza

Tenete un termometro a clip vicino ai fornelli: è un investimento minimo che cambia la resa. Usate casseruole dal fondo spesso con almeno 3-4 cm di olio; meglio friggere “a nuoto” che “a bagnomaria”. Filtrate con un colino a maglia fine tra i giri e, se dovete conservare l’olio per riuso, travasatelo in bottiglia scura, ben chiusa e lontano da luce e calore.

Un lettore mi ha chiesto come faccio a capire “a occhio” quando cambiare l’olio: guardo la schiuma, annuso e alzo un cucchiaio in controluce. Se l’olio è più denso, color tè scuro, con odore stanco e fumo sottile già a 170 °C, è arrivato il momento di salutarlo.

Tirando le fila

Se friggiamo alle temperature giuste, entrambi – extravergine e oli di semi alto oleico o di arachide – resistono bene. La differenza la fanno stabilità, gusto e quanto a lungo si continua a friggere. In molte prove domestiche l’extravergine tiene botta, offre un sapore pulito e, se scelto bene, regala fritture asciutte. Per grandi quantità e cicli ripetuti, un buon olio di arachide o un girasole alto oleico restano scelte affidabili e neutrali.

Io, per il gnocco fritto delle feste, vado di extravergine filtrato e controllo maniacale della temperatura. Per le maxi padellate in sagra, quando si frigge a nastro, uso arachide raffinato: costanza, neutralità e meno pensieri. L’importante è non farsi sedurre dai miti e lavorare con metodo: termometro, ordine e olio in forma.

Giorgio Cavazzoni

Giorgio da sempre affianca la sua attività di artigiano con la passione per la cucina. Ha raccolto ricette tipiche dell’Emilia Romagna intervistando anziani nelle sagre di paese. Specialista di pasta fatta a mano, racconta segreti e trucchi di cucina attraverso aneddoti della sua terra.

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